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L’idea della morte ha sempre suscitato terrore e, nello stesso tempo, speranza. Terrore di fronte al corpo immobile, freddo e senza vita; speranza che ciò che non è più possa essere ancora in un altro tempo e in un altro luogo.

La convinzione, largamente condivisa, che esista un mondo dei defunti, e l’impossibilità di avere una descrizione dell’esperienza della morte da chi l’abbia vissuta, fanno sì che le rappresentazioni dell’aldilà siano spesso molto simili e riconducibili a schemi mentali inevitabilmente derivati dalla conoscenza e dalla sensibilità del mondo terreno. Infatti l’aldilà, in tutte le civiltà e in tutti i tempi,

è sempre immaginato sul modello del mondo terreno. Si impone precocemente un aldilà in cui cielo e inferi costituiscono due poli antitetici, destinazione di due differenti categorie di defunti, beati e reprobi; le anime conservano tratti umani,  gioie e punizioni presuppongono il mantenimento dei sensi corporei.

Inoltre, le descrizioni dell’aldilà si presentano solitamente come resoconti di viaggi oppure di visioni effettuati dai protagonisti. Particolarmente significative appaiono le analogie e le connessioni riscontrabili nei testi che riflettono la concezione classica greco - latina, quella celtica, quella germanica, quella araba e quella cristiana.

Nel Medioevo il mondo terreno non si concepisce senza i luoghi fondamentali che costituiscono l’aldilà, un aldilà che è parte integrante dell’universo dell’uomo medievale, un aldilà inteso come il luogo in cui si realizza la giustizia divina, dove si rivela la verità del mondo.